Stasera, che sera.

Poco più di due anni fa sono tornata a casa dal lavoro, erano quasi le otto di sera.

E il mio Rooney, il bassotto che ha condiviso 13 anni della sua vita con me, era sdraiato, sul tappeto del soggiorno, rigido e freddo. 

Lo avevo accompagnato in pausa pranzo a fare la sua piccola passeggiata, e camminava con fatica.

Non mi dilungo sulla sua storia, sulla nostra storia, un po' perché non voglio parlare di lui in questo post, del bene che mi ha fatto e del male che ho provato aprendo quella porta, non sono pronta. 

Ma più passavano le settimane da quell' 8 febbraio 2024 più mi rendevo conto che quei minuti di passeggiate, quel mio tornare a casa sempre in pausa pranzo, e quel tempo passato a grattugiargli la testa e il petto mentre guardavo esausta la tv dopo orari assurdi in ufficio... mi mancavano, e soprattutto mi facevano bene. Mi detonavano. Mi rallentavano i battiti del cuore, mi aiutavano a respirare.

Me ne sono resa conto dopo un paio di mesi, quando mi sono sentita sopraffare dal lavoro e dalla vita in generale.

Quando mi sono sentita emotivamente fragile e mentalmente travolta dalle cose del mondo. 

E ho avuto la fortuna, bravura, intelligenza, non so... di capire che da sola non sarei riuscita a recuperare l'inizio del filo lunghissimo che mi si era aggrovigliato tutto in un momento in maniera pericolosa tra le dita, tra i capelli, tra le gambe. 

No, non ho voluto un altro cane, io non volevo un altro cane a caso, io volevo il mio (con tutto il rispetto per i cani a caso).

Prima di incartare un altro animaletto indifeso e speranzoso nella mia vita con ritmi assurdi e poco tempo di qualità (sì, non mi perdonerò mai per non esserci stata quando lui ha deciso di mollarmi qui - anche se so che lo ha fatto per me, il mio cuore per come era conciato allora non avrebbe sicuramente retto), ho pensato fosse giusto capire perché mi ci ero infilata, in una vita con ritmi assurdi e poco tempo di qualità.

Motivo per cui - cioè, uno dei motivi - ho deciso di cercare un terapista che mi potesse dare una mano.

Una volta dallo psicologo ci andavano i pazzi, si diceva. 

Ma chi se ne frega, ho pensato. Forse un po' lo sono, e un modo per scoprirlo è imparare a parlare con qualcuno e soprattutto ascoltarlo quando parla con me. 

Che è sempre stato un mio limite.

Ho sempre pensato di saper fare tutto, e soprattutto di saperlo fare meglio (spoiler, ora non più, ho ancora molto lavoro da fare ma mi sento di essere migliorata parecchio).

E per questo mi sono incastrata in responsabilità, ben inteso mica solo lavorative, che appunto mi hanno sopraffatta.

Sopraffatta, questa è stata la parola che due anni fa ho usato per descrivere alla mia psicologa come mi sentivo.

Me lo ha ricordato lei poco tempo fa, perché io lo avevo scordato.

Non vi voglio raccontare quanto bene mi abbia fatto senza nemmeno rendermene conto, parlare con una sconosciuta senza sentirmi giudicata, ma solo ascoltata e "direzionata" verso gli obiettivi che sentivo nel mio cuore disperatamente di voler raggiungere ma non riuscivo a trovare il modo per farlo - e cosa più angosciante - pensavo di non essere meritevole di raggiungere. 

So solo che dopo due anni, l'ho sentita dire che ho raggiunto una perfetta consapevolezza del mio valore.

(Giuro ha detto così, perfetta consapevolezza. Se ci ripenso gongolo.)

E devo tenermela stretta, e ricordarmela sempre, perché capiteranno i momenti in cui sembrerà che qualcuno/qualcosa provi a farmela scivolare via dalle mani.

Da sopraffatta, a consapevole. 

In due anni, e un percorso ancora lungo da fare, mi sembra un risultato strepitoso.

Soprattutto perché ho deciso che il mio prossimo cane si chiamerà Gianni.

Non se, ma quando. 

Perché Gianni arriverà.

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